Il pagamento delle tasse nel nostro Paese è spesso reso difficoltoso da una serie di regolamenti di difficile comprensione, tali da consigliare la consulenza di un buon commercialista.

A rendere ancora più intricata la materia è arrivato negli ultimi anni il cosiddetto reverse charge IVA, detto anche inversione contabile, un particolare meccanismo di applicazione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) che prevede lo spostamento dell’obbligo dell’imposizione fiscale dal venditore all’acquirente.

Il suo scopo conclamato è quello di dare vita ad un meccanismo contabile e fiscale in grado di contribuire ad eliminare l’evasione fiscale, in particolare quella che riguarda l’IVA, una delle imposte più evase in assoluto nel panorama continentale.

Nel nostro Paese il riferimento normativo del reverse charge è rappresentato dal cosiddetto Decreto IVA, ovvero il dpr 633 emanato nel 1972, con l’articolo 17 e i commi 5 e 6.

La domanda cui è però il caso di rispondere in via preliminare è la seguente: cos’è e come funziona il reverse charge IVA? In pratica esso rappresenta il meccanismo tecnico contabile che vede:
1) il venditore emettere la fattura senza addebitare, come avviene di consueto, l’imposta;

2) l’acquirente integrare la fattura ricevuta tramite l’apposizione dell’aliquota di riferimento per il tipo di operazione fatturata procedendo allo stesso tempo alla duplice annotazione nel registro degli acquisti (fatture di acquisto) e in quello delle vendite (fatture emesse).

Se volessimo ulteriormente semplificare il concetto, l’inversione contabile si traduce  nell’emissione dell’autofattura, facendo in modo che sia proprio il destinatario a corrispondere l’IVA all’Erario al posto del fornitore.

Questo regime contabile, però, se da un lato può efficacemente contrastare l’evasione fiscale, dall’altro rappresenta una sorta di incubo nel settore edile, tanto da spingere le stesse associazioni professionali del settore a chiedere spesso delucidazioni all’Agenzia delle Entrate, proprio per evitare pericolosi malintesi tali da tradursi in multe che prevedono la seguente scala:
– una sanzione fissa, con un minimo di 250,00 euro ed un massimo di 20.000,00 euro per ciascuna infrazione, fermo restando l’applicazione delle disposizioni sul cumulo giuridico, nel caso l’imposta non sia dovuta rispettando il principio di neutralità;
– una sanzione nella proporzione dal 5 al 10% nel caso in cui l’operazione non risulti dalla contabilità tenuta ai fini delle imposte sul reddito, con il limite minimo di 1.000 euro;
– una sanzione proporzionale dal 90% al 180% dell’imposta stessa nel caso in cui quella non applicata sarebbe stata non detraibile.

Anche nel caso dell’installazione di condizionatori il reverse charge può essere applicato, obbligando però chi debba ricorrervi a fare molta attenzione proprio in considerazione delle sanzioni cui si può andare incontro nel caso di mancata ottemperanza della normativa.

La circolare dell’Agenzia delle entrate

Chi si appresti a dare vita all’installazione di condizionatori in regime di reverse charge dovrebbe fare molta attenzione alla circolare numero 37/E emanata il 22 dicembre del 2015. Proprio all’interno di essa l’Agenzia delle Entrate ha provveduto a fornire una importante serie di chiarimenti in ordine all’applicazione del reverse charge IVA o inversione contabile nel settore dell’edilizia e in tutti quei settori ad esso connessi.

Tra le tante questioni affrontate, c’è anche quella relativa alle manutenzioni straordinarie.

A tal proposito va ricordato come in una sua precedente circolare, la numero 14/E emanata il 27 marzo del 2015, la stessa Agenzia delle Entrate avesse richiesto di distinguere sulla fattura  i servizi soggetti al reverse charge da quelli invece sottoposti al regime ordinario.

Una posizione che è stata oggetto di parziale modifica nella circolare 37/E, nella quale l’Agenzia delle Entrate ha affermato come la distinzione tra i due regimi non sia necessaria rilevarsi negli interventi di manutenzione straordinaria consistenti nel frazionamento o nell’accorpamento delle unità immobiliari.

Ad esempio, viene portato il caso di un contratto avente come oggetto il frazionamento di un’unità immobiliare, senza però procedere alla modifica della volumetria complessiva dell’edificio e dell’originaria destinazione d’uso, nell’ambito del quale sia prevista anche l’installazione di uno o più impianti di condizionamento dell’aria.

In tal caso non si rende necessario procedere alla distinzione di cui sopra, bensì all’applicazione dell’IVA ordinaria all’intera fattispecie contrattuale.

Cosa ne consegue sul piano pratico

Il caso relativo all’installazione di condizionatori in regime di reverse charge, che riguardi un soggetto passivo IVA, può perciò essere affrontato proprio alla luce dei criteri indicati dall’Agenzia delle Entrate.

L’installazione dei condizionatori in regime di reverse charge Ove non esista un contratto scritto e nel caso in cui la posa in opera non richieda particolari accorgimenti, limitandosi in definitiva alla sostituzione del bene rimosso con altro dello stesso genere, si può ritenere in linea di massima che si tratti di una operazione configurabile alla stregua di una cessione di beni, tale quindi da presupporre l’applicazione dell’IVA con le modalità ordinarie.

Ove, invece, oltre alla fornitura del condizionatore si renda necessario provvedere anche alla messa a punto e alla verifica dell’impianto, come del resto avviene nella generalità dei casi, si può senz’altro ritenere che venga a configurarsi una vera e propria prestazione di servizi, tale perciò da implicare l’applicazione del reverse charge nell’eventualità che la stessa veda implicati soggetti passivi IVA.



Altro caso nel quale occorre comprendere se la riparazione e/o la sostituzione di alcune parti dell’impianto di condizionamento dell’aria, che presentino difetti o siano diventate inutilizzabili a causa della sopravvenuta usura vada a rientrare nel campo di applicazione del reverse charge, è quello nel quale sia necessario esaminare la volontà delle parti.

Nel caso in cui i contraenti abbiano inteso realizzare la riparazione e/o l’ammodernamento degli impianti, anche procedendo alla sostituzione di parti danneggiate oppure obsolete, e non la mera fornitura di beni, le prestazioni realizzate vengono assoggettate al reverse charge, a patto che tali servizi facciano riferimento ad edifici.

Il reverse charge può essere applicato nel caso l’interesse delle parti sia rivolto al pratico conseguimento di una prestazione complessa diretta al mantenimento in funzione dell’impianto installato (nel quale cioè la motivazione del “fare” prevalga sul “dare”).

Nel caso in cui gli interventi effettuati vadano a prefigurare un nuovo impianto, trattandosi con tutta evidenza di installazione di condizionatori, a maggior ragione diventa necessario applicare il reverse charge.

Il pagamento delle tasse nel nostro Paese è spesso reso difficoltoso da una serie di regolamenti di difficile comprensione, tali da consigliare la consulenza di un buon commercialista. A rendere ancora più intricata la materia è arrivato negli ultimi anni il cosiddetto reverse charge IVA, detto anche inversione contabile, un…

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Buon articolo sull'installazione dei condizionatori in regime di reverse charge

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